« Torna ai risultati della ricerca


LO SPONSOR ISLAMICO COSTRINGE REAL MADRID E BARCELLONA A TOGLIERE LA CROCE DALLO STEMMA
Tolta la storica croce concessa dalla Chiesa in via del tutto straordinaria a Re Alfonso XIII nel 1920 (e inoltre divieto ai giocatori di farsi il segno di croce in campo)
di Massimiliano Castellani

«Toglieteci tutto, ma non la croce cristiana». E' questo l'appello accorato che da Madrid sta girando per l'Europa del pallone, da tempo divenuta la nuova terra di conquista degli sceicchi islamici. D'accordo che per il vil denaro il mercenariato del calcio è disposto a tutto, ma addirittura rinunciare alla storia e alla tradizione, in questo caso "sacra", del proprio simbolo, questo è inaccettabile. Eppure il club più noto e amato del pianeta calcio, il Real Madrid, alla faccia dei suoi 150 milioni di tifosi sparsi per il mondo (dei quali in Spagna il 30% si dichiarano «cattolici praticanti») lo ha fatto. Via quella croce dalla corona concessa dalla Chiesa in via del tutto straordinaria al re Alfonso XIII - nel 1920 - per non offendere la religione dei "fratelli musulmani", entrati a suon di petrodollari nella stanza dei bottoni del club del patron Florentino Perez. Come non accontentare lo sceicco che ha già promesso alle "Merengues" aiuti sostanziosi da qui all'eternità e la possibilità immediata di far partire un progetto di una seconda "Casa Blanca" (modernissimo centro sportivo) nell'isola di Ras Al Khaimah, una delle "sette sorelle" che formano gli Emirati Arabi. E gli acerrimi nemici del Real, il Barcellona, che per un secolo (112 anni per l'esattezza) hanno tenuto alto il vessillo dell'indipendenza catalana, persino dagli sponsor più opulenti, ma adesso nell'era del "calcioshowbiz" sventolano bandiera bianca. Nella finale del torneo di Abu Dhabi, Messi e compagni sono scesi in campo con una maglia alla quale era stata tassativamente vietata l'esposizione dello stemma classico del Barça, quello con la croce di Sant Jordi. Via anche qui il simbolo cattolico, divieto di farsi anche il segno della croce o di pregare in campo e massima fierezza invece nell'esporre la sponsorizzazione, "Qatar Foundation", sulla gloriosa casacca blaugrana. Il presidente Laporta [...] come poteva rinunciare ai 166 milioni che nel prossimo quinquennio sborserà la holding a cui fa capo il munifico Tamin bin Hamad Al-Thani? Il principe ereditario e futuro Re del Qatar, classe 1980, è partito da un pezzo alla conquista del mondo del pallone. L'obiettivo finale, peraltro già raggiunto: i Mondiali di calcio del Qatar, nel 2022. «Il Mondiale impossibile», secondo i benpensanti, smentiti e reso reale dagli appoggi del famelico e venalissimo presidente della Fifa, Joseph Blatter che si è inginocchiato dinanzi allo stemma dell'impero degli Al-Thani. Un tesoro da 40 miliardi di euro, dei quali una "piccola parte", peraltro molto sostanziosa, finisce nella "Qatar Sport Investiments". Il giocattolino di Tamin, rampollo di una famiglia a capo di un Paese, indipendente dall'Inghilterra dal 1971, dove risiedono stabilmente appena 1,7 milioni di abitanti, ma che possiede un tasso di crescita che nel 2010 si attestava intorno a un magnifico più 16,3%. Numeri che fanno capire come sia facile per la famiglia Al-Thani scalare e convertire il Barcellona che dopo la Febbre a 90° contrae pericolosamente quella dell'oro. Ancora più semplice per i discendenti dei mori regalarsi, sempre nella Liga spagnola, il Malaga, e poi puntare in Francia e mettere le mani sul Paris Saint Germain, con la benedizione dell'amico, l'ex Presidente Sarkozy e un assegnuccio da 70 milioni di euro, giusto per controllare almeno il 70% del club. Il direttore generale del PSG, il cattolicissimo brasiliano Leonardo, con un contratto da 5 milioni a stagione per i prossimi quattro anni, non ha esitato a mettersi a completa disposizione del principe del Qatar che per allenatore ha ingaggiato anche il nostro Carlo Ancelotti, rendendolo, tra i malumori dell'opinione pubblica transalpina, l'uomo dallo stipendio più alto di Francia: 6 milioni di euro. Ma lo sponsor sulla maglia del PSG, "Fly Emirates", lo forniscono gentilmente i fratelli musulmani di Dubai che fino al 2015 sono legati anche al Milan con un contratto da 60 milioni di euro.
Finora il "diavolo" simbolo della società del presidente Silvio Berlusconi, a quelli di Dubai pare non dia fastidio, ma non è escluso che prima o poi possano emettere una "fatwa", come quella che due anni fa colpì i rossoneri in Malesia. Due imam, feroci quanto le tigri di Mompracen bandirono dai campetti malesi la maglia del Milan: «Perché un musulmano - disse il leader religioso Nooh Gadot - non deve venerare simboli di altre religioni o il diavolo». I signori di Dubai sponsorizzano anche l'Amburgo nella Bundesliga e per 90 milioni di euro hanno acquistato il club spagnolo del Getafe. Ma il capolavoro del gruppo è stato la conquista del title-sponsor dello stadio dell'Arsenal che per i prossimi 15 anni (per un totale 100 milioni di euro) recherà l'intitolazione "Emirates Airlaines".
Volano le azioni e gli investimenti in nome di Allah anche da Abu Dhabi.
Dalla sua regale dimora, lo sceicco Mansour ha deciso di spendere e spandere per rendere il Manchester City una potenza mondiale del football. E finalmente i 250milioni di sterline (23 dei quali serviti per acquistare Mario Balotelli), dopo 44 anni di attesa, hanno fruttato la tanta agognata conquista della Premier da parte del City allenato da Roberto Mancini. Dal Bahrain sono partiti con una cifra e un profilo più basso, accontendadosi di rilevare in Spagna il piccolo "Real", quello del Racing Santander. Per ora i magnati della Western Gulf preferiscono i motori (Dal 2004 organizzano il GP di Formula 1 del Bahrain) come dimostra il 30% delle loro azioni nella McLaren. Ma dove c'è sport, ormai, lì c'è la casa del "sultano". Maragià che arrivano con le loro truppe cammellate per stipulare contratti faraonici, ma imponendo sempre il proprio credo che non tiene mai conto della storia e tanto meno della tradizione religiosa del Vecchio Continente, così in crisi da accettare di tutto. Tanto è lo sceicco che paga.

 
Fonte: Avvenire, 23/05/2012